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Berlin Calling streaming

Berlin Calling streaming

Berlin Calling streaming in italiano
Anno di produzione: 2008
con Hannes Stöhr, Paul Kalkbrenner, Rita Lengyel, Corinna Harfouch, Araba Walton, Peter Schneider, RP Kahl, Henriette Müller, Rolf Peter Kahl, Udo Kroschwald, Megan Gay, Max Mauff, Peter Moltzen, Dirk Borchardt, Erdal Yildiz, Ernest Hausmann, André Hoffmann

Ickarus è un affermato dj berlinese di ritorno da una logorante tournée internazionale. Nonostante continui ad esibirsi ogni sera su palchi locali si impegna, con l’aiuto di Mathilde, la ragazza alla quale è fedele, nel mixing dell’album di prossima uscita, appesantito dal grande hype. La pressione di Alice, la produttrice del disco, e le tentazioni dell’ambiente underground portano Ickarus sulla via della droga, della quale rimane vittima a causa di una parte di Mpa, uno psicoattivo dagli effetti devastanti, contenuta in una pasticca di Ecstasy che ha acquistato dall’amico Pisello. Inizia un percorso autodistruttivo, nel corso del quale perde tutti gli affetti sinceri in cambio di relazioni spurie. È costretto più volte dentro ad un centro di recupero dal quale, grazie alla dottoressa Petra Paul, riuscirà ad uscire vincente con un album nuovo, che si afferma immediatamente come un capolavoro di musica elettronica in tutte le più grandi metropoli europee. Inizia così, con gli affetti riconquistati, la tournée promozionale di Berlin Calling, l’album che il Dj avrebbe dovuto realizzare sin dall’inizio, e che infine ha realizzato.
Berlino chiama i giovani a creare. Li richiama alla presenza consapevole nel mondo, ad abbandonare il ruolo di inani simulacri di una realtà scura, impersonale come l’album di Ickarus nel principio, morta come i suoi compagni nel declino (Pisello e Jenny), assente e allucinata come i residenti del centro recupero. Berlin Calling come London Calling, dunque? Istillare una volontà di risveglio creativo, una rinascita dello spirito vitale, una rivoluzione, come quella punk, narrata dai Clash, ora in veste Elettro e minimal, che riunisca le forze dei cuori e delle menti giovani nella faticosa lotta contro il vuoto.
Sembra esser questo l’imperativo autoimposto di Hannes Stöhr. Il regista vuol parlare di arte, con la parabola di un uomo che, a causa di un periodo di sterilità umana e creativa della sua vita, ed è una vecchia storia, e di un ambiente deteriorante, subisce inerte il proprio declino fino a quando la musica, l’arte, che è un’affermazione forte di presenza, di autodeterminazione, giunge a salvarlo. Dal grattare compulsivamente il fondo della sua vita, dove non ci sono amore né affetti familiari e né soddisfazioni professionali perché Mathilde lo ha lasciato, il padre e il fratello si sono allontanati e Alice lo ha licenziato, Ickarus torna ad alzare la testa, riottenendo tutto ciò che aveva perso e anche di più: un capolavoro.
Il regista, quindi, vuol parlare anche di relazioni fra persone, di amore, di pazzia. Peccato che il film mostri come la conoscenza dei mondi, immensi, che si è cercato di esplorare, sia del tutto insufficiente e pretenziosa. E lo mostra con un impianto tecnico inadeguato, a partire dalla sceneggiatura che è altalenante e lacunosa, specialmente nei punti cardine dell’evoluzione della vicenda, con una fase finale, quella della rinascita, giustificata frettolosamente non da elementi narrativi, ma da presupposti retorici quali: l’arte salva dal vuoto. Queste inconsistenze retoriche incidono nei nervi una sceneggiatura per niente solida, e costringono il film in un regime di austerità emozionale, ovvero: le immagini non vibrano, non emozionano, non c’è ironia, né ci sono guizzi originali che diano l’idea di una storia reale, vissuta e pura. Ugualmente, l’estetica è del tutto impersonale: si parte con un’introduzione sterilmente documentaristica che non dà tempo al dramma di svilupparsi, si prosegue con una fase, del confronto con le droghe e la pazzia, nella quale si tenta di attingere ad altre pellicole come Trainspotting, che è un po’ il salvagente del film, perché non si sa, ed è palese, come concretizzare gli obiettivi propostici. È un film realizzato a tavolino, con uno storyboard delle scene da girare in una mano e il taccuino delle cose importanti da esprimere nell’altra. Ma senza forza creativa, né possibilità tecniche.
Anche gli attori danno impressioni altalenanti, anche se non particolarmente negative. A partire da Paul Kalkbrenner, che nella vita è effettivamente un dj affermato, e che, pur non essendo un attore, riesce talvolta a convincere. Non è da disprezzare neppure Corinna Harfouch, nel ruolo della dottoressa Petra Paul, che, suo malgrado, annega in inquadrature soffocanti che sembrano mutuate da un’estetica da soap e in dei dialoghi che non le rendono la vita facile. In fin dei conti la parte meglio riuscita è quella finale, che sembra un appello sincero e accorato allo spettatore dove si riescono a percepire le motivazioni che animano il film e ci si riesce anche ad emozionare, perché il regista riesce finalmente a velare la pellicola della sua sensibilità, che è assai più ingenua e bonaria di quanto richiesto dal resto del film.
Siamo lontani dallo spirito epico di London Calling, dalla claustrofobia alienante di Requiem for a dream o dal reale sporco di Trainspotting; forse la chiamata berlinese non ha quelle qualità di purezza e profondità, ma siamo di fronte ad un appello che può essere importante, al quale, forse, vale la pena rispondere.



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